Massimo Pegoraro, fondatore di Viaggitribali, racconta in prima persona il suo recente viaggio nell’Algeria del Sud esplorando il deserto del Tassili. Dove il silenzio diventa un'esperienza da vivere.
Questa volta ho voluto essere io ad accompagnare un piccolo gruppo nel tour in Algeria del Sud.
Il deserto era l'unica esperienza che non avevo ancora vissuto, dopo anni di viaggi fatti e organizzati.
Un'esperienza che mi ha arricchito in un modo che non mi aspettavo: tornare a casa con la nostalgia di ciò che non c'era.
Algeri, l'ultimo rumore
Algeri è una città che corre. Auto, lungomare, la Casbah con le sue scale strette tra case bianche e finestre colorate. Tutto quello che il deserto, qualche giorno dopo, mi farà dimenticare.
È una capitale moderna, dove sembra confluire tutta l'economia del paese. Ho una mezza giornata abbondante per visitarla.
Arrivo la mattina, parto la sera, e nel mezzo faccio quello che fanno tutti quelli che passano da qui: la Casbah, decadente ma affascinante, con le sue vie strette dove hanno girato diversi film.
Poi il monumento nazionale, un museo, il lungomare, e la cattedrale vista da fuori, costruita su modello di Notre-Dame.
La parte più bella arriva alla fine. Una cena tradizionale sul tetto di una casa privata, organizzata dal nostro referente locale, che porta i visitatori da una signora del posto perché l'atmosfera, lì sopra, è speciale.
Le case della Medina sono costruite in altezza, con scale che portano da un ballatoio a quello superiore, fino ai tetti piatti che diventano terrazze.
La cena in case private è un'usanza che fa parte del tour ogni volta che gli orari dei voli ci permettono di fermarci nella capitale.
Soprattutto, è il tipo di interazione autentica con la gente del posto che gli itinerari Viaggitribali cercano sempre di inserire, quando il programma lo permette.
Mangiamo la Rechta, un piatto tradizionale di spaghetti di semola serviti con carne e verdure.
Il tutto è accompagnato da una bevanda tipica di marca “Selecto”, che ricorda i soft drink del mondo occidentale: gli algerini ne sono molto fieri.
Poi si riparte, verso Djanet.
Djanet, la soglia del deserto del Tassili
Il volo per Djanet è serale e arriviamo tardi. I due giorni di viaggio si fanno sentire.
L'aeroporto è quello che mi aspettavo da una destinazione africana ancora poco battuta: piccolo, essenziale, con una saletta in cui le valigie dei passeggeri confluiscono direttamente dall’aereo.
Nella sala d'arrivo c'è la gente che aspetta. Tra loro Mohamed, la nostra guida, vestito da Tuareg.
Dormiamo poco, perché alle otto del mattino seguente siamo già in moto.
Un assaggio di deserto, e gli ultimi messaggi
I primi due giorni si percorrono su una strada asfaltata che conduce nel deserto.
Saliamo sulle prime dune, attraversiamo la zona più famosa e fotografata di questa parte del Sahara. Un buon assaggio di quello che troveremo più avanti.
Poi, prima di addentrarci davvero nel deserto, torniamo un'ultima volta verso Djanet, dove c'è ancora un po' di copertura telefonica.
Scrivo gli ultimi messaggi su WhatsApp, sapendo che da quel momento non ne manderò altri per giorni.
Mohamed lo dice chiaro e tondo: da qui in poi non troveremo più una strada asfaltata, né segnale sul cellulare.
Ed è esattamente quello che succede.
Immersi nel mare di sabbia, mentre una Jeep cerca l’accampamento
Il vero deserto arriva tra il quinto e il sesto giorno, in una zona in cui non vedi nulla intorno per chilometri.
Hai la sensazione di stare in un mare di sabbia. Nessuna traccia di altre persone, in nessuna direzione.
La logistica, lì, è invisibile ma complessa.
Si basa sulle due Jeep che caratterizzano gli itinerari Viaggitribali nel deserto: una Jeep con staff e attrezzatura è sempre un passo avanti, alla ricerca del punto migliore per allestire il campo. L’altra trasporta i viaggiatori.
La giornata per noi viaggiatori inizia con una passeggiata mattutina nel deserto con la guida, un'ora circa, molto rilassante.
Poi si parte per le visite della giornata: dune, formazioni rocciose, pitture rupestri.
Le due squadre si coordinano tramite telefono satellitare. Quando arriviamo a pranzo, il campo è già pronto, il cibo già in preparazione.
Nel pomeriggio si ripete lo schema, e la seconda Jeep parte in anticipo per trovare il punto migliore dove passare la notte, in base al vento.
Un accampamento che andava bene un giorno può non essere sufficientemente riparato il giorno dopo.
Il pane sotto la sabbia e le notti sotto le stelle cadenti
La sera, al campo, ci si siede per terra su stuoie e cuscini, davanti al fuoco. Di notte il deserto si fa sentire, specialmente a dicembre: l'escursione termica tra giorno e notte è notevole.
Durante il giorno si cammina in maniche corte, ma appena cala il sole la temperatura scende di colpo. La notte dormo col sacco a pelo e le coperte.
Uno dei ragazzi, che durante il giorno aiuta ad allestire il campo e guida la passeggiata mattutina, di sera intorno al fuoco prende la chitarra e suona canzoni Tuareg.
Ogni sera gli chiedo sempre lo stesso brano: “Imaneran”, un pezzo malinconico, scritto insieme a un altro musicista, dedicato a una donna lontana. Uno di quei pezzi che non riesci a toglierti dalla testa.
È lui che si occupa anche del tè, una sorta di rito, soprattutto in questa parte dell'Algeria: si versa da una caraffa dall'alto, per ottenere la schiuma, e si sorseggia in tanti piccoli giri, uno dopo l'altro.
Mangiamo carne, pesce, verdure, couscous, una sera anche spaghetti e un tentativo di pizza.
Ma la cosa più bella, quella davvero tradizionale, è il pane cotto sotto la sabbia: un impasto a forma di pane arabo, sepolto sotto le braci.
Quando lo tirano fuori, la sabbia scivola via senza lasciare un granello, e il pane è perfetto, quasi senza sale. Le stesse braci, poi, vengono riutilizzate per il tè. Niente si spreca.
Trovare la legna, a fine stagione, è diventato un problema: le guide devono spostarsi sempre più lontano. Tutto ciò che trovano va conservato per i viaggi successivi.
Di notte nel deserto non senti nulla. Nessuna voce, nessun rumore, solo qualche topolino bianco in cerca di briciole.
Dormo come dormivo da bambino: pranzo, riposino pomeridiano, nove ore di sonno la notte, a letto alle nove e mezza, sveglia alle sette. Una notte dormo anch'io fuori, sotto le stelle, come fa il nostro staff locale.
Gli ultimi due giorni il cielo è talmente limpido che si vedono solo stelle. In un'ora e mezza conto più stelle cadenti di quante ne avessi viste in tutta la mia vita, una persino con la coda.
Sono cose che con il telefono non riesci a fotografare. Restano lì, e basta.
Pesci nella roccia raccontano la storia millenaria del deserto dell’Algeria
Le pitture rupestri sono uno dei motivi per cui questo deserto vale il viaggio.
Su alcune rocce troviamo incisioni di pesci, segno che qui, milioni di anni fa, c'era il mare.
Più avanti, animali al pascolo: un cavallo, una vacca, fino alla celebre incisione della Vacca Bianca, mostrata alla fine del tour, probabilmente una razza che oggi non esiste più.
La sequenza racconta una storia climatica di millenni: prima il mare, poi una foresta verde dove pascolavano questi animali, poi la desertificazione.
Alcune figure sembrano quasi antropomorfe, forme che non si spiegano subito.
Non esiste, almeno in questa zona, uno studio approfondito che le spieghi tutte.
Restano un mistero che meriterebbe più tempo e più competenza di quanta ne avessimo noi, lì, di passaggio.
Imparo a legare lo shesh Tuareg prima di tornare al rumore
Mohamed ha circa quarantacinque anni ed è ancora molto legato alla cultura Tuareg. Suo fratello, la seconda guida, ha trent'anni e lo è molto meno, anche se porta comunque il turbante.
Il turbante, lo shesh, è blu, ma cambia colore quasi ogni giorno: blu, color crema, e così via. Al mercato di Djanet, il primo giorno, compro anch'io qualche stoffa, soprattutto il blu classico.
Mohamed mi insegna a legarlo, una tecnica precisa che non riesco a replicare bene come fa lui. Mi spiega che ogni Tuareg lo lega in un modo leggermente diverso, e che si riconoscono a distanza anche solo da come lo portano.
Non è solo estetica. Protegge bocca, naso, occhi e orecchie dal vento e dalla sabbia, in caso di tempesta.
Mohamed mi racconta anche di come l'Islam più conservatore abbia cambiato alcune tradizioni pre-islamiche Tuareg.
I gioielli, che un tempo erano segno di classe sociale e parte della dote delle donne, oggi sono considerati superflui.
Anche la croce che un tempo indicava la regione d'origine di un Tuareg si vede sempre meno.
A Djanet le donne si vedono poco in giro, e non esistono luoghi pubblici di ritrovo: dopo le nove e mezza di sera, chiude tutto.
Chi vuole incontrarsi lo fa a casa di qualcuno. Niente alcol, a differenza di Algeri, dove invece ci sono bar, pizzerie e persino discoteche.
La via del ritorno prevede una tappa a Djanet, dove ceniamo per l'ultima volta a casa di Mohamed, che ha galline, una coltivazione di ortaggi e un forno all'aperto: ci prepara carne alla brace davanti al fuoco.
Poi l'aeroporto, il volo verso Algeri, e da lì la connessione per l’Italia.
Il telefono si riaccende: tornano i messaggi, il rumore, la connessione che per una settimana era stata completamente interrotta.
Mi accorgo che mi manca già quella mancanza.